Teatro Carcano

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Il corso di Porta Romana, per lunghi secoli centro dell'eleganza cittadina, luogo prescelto per cerimonie trionfali e liete feste, alla fine del '700 vede diminuita la sua importanza, perché in altra zona della città a Porta Orientale, fioriscono nuovi quartieri prescelti per la residenza e i convegni dei nobili. Tuttavia il Piermarini, ancora negli ultimi anni del secolo, incaricato di sistemare il corso, provvede a restaurare le case, interviene sulle decorazioni architettoniche con gusto personale, ordina il miglioramento del suolo stradale, che viene selciato a nuovo e listato di trottatoi di granito sui quali sfrecciano (si diceva a quel tempo) i cocchi spesso spinti a velocità smodate.
In questa cornice, tanto diversa da quella attuale, nel 1801 la Società teatrale della Casa Carcano decide di trovar spazio per un nuovo grande teatro. L'area è quella dell'ex convento di San Lazzaro, acquistata da Giuseppe Carcano. L'architetto, un giovane d'ingegno, Luigi Canonica, prende a modello la Scala e il Teatro della Cannobiana. Il Teatro Carcano ha quattro ordini di palchi, volta decorata a stucchi e dorature, un medaglione centrale, ornamenti dappertutto di tipo neoclassico. Posti dai 1200 ai 1500. E' un teatro celebrativo, per una elite che ha visto passare la Rivoluzione, ma ha anche avvertito il principio di restaurazione insito nell'impero Napoleonico. Il 3 settembre 1803 la nobiltà e la ricca borghesia riempiono il teatro per la serata inaugurale: il programma comprende "Zaira" tratta dal dramma di Voltaire, musicata da Vincenzo Federici (ventisei anni dopo lo stesso soggetto sarà messo in musica anche da Bellini) e il ballo "Alfredo il grande" musicato da Paolo Franchi.

L'attività proseguì con un certo lustro, e con intervento di artisti famosi. Una serata memorabile fu quella del 15 ottobre 1813 nel corso della quale Niccolò Paganini venne proclamato "primo violinista del mondo": le sue "Streghe" - scrisse un cronista - sbalordirono e intontirono.
Sul palcoscenico del Carcano passarono, negli anni, le più grandi dive della lirica, dalla Pasta alla Malibran. Giuditta Pasta tenne a battesimo prima "Anna Bolena" di Donizetti e poi, la sera del 6 marzo 1831, "La Sonnambula" composta da Bellini, a Milano, in due mesi. Dopo "Beatrice di Tenda", altra primizia belliniana, ecco Maria Malibran legare il suo nome (siamo nel 1833) a celebri edizioni di "Norma" e de "La Sonnambula".

Erano anni di rigoglio musicale, favorito dalla politica dell'Austria; ma la ripresa non avveniva soltanto in campo teatrale. Una pagina di Carlo Cattaneo in "Notizie naturali e civili sulla Lombardia", ci da uno spaccato preciso della Milano degli anni attorno al 1840:
"I bastioni solitari e paurosi, ove si seppellivano i giustiziati, divennero ombrosi passeggi; si tolse il lezzo alle strade; e l'orrida abitazione dei cadaveri si rimosse dalle chiese; si sgombrarono dagli accessi dei santuari i mendicanti, ostentatori d'ulceri e di mutilazioni; a poco a poco non si videro più nella città piedi nudi e abiti cenciosi. Si apersero teatri, ove le famiglie, inselvatichite da sette generazioni, impararono a conoscersi, e gustarono le dolcezze del vivere civile, della musica, della poesia. II genio musicale rispetta e ambisce il giudizio del nostro popolo; un solo carnevale in uno dei minori nostri teatri diede al diletto dell'Europa la "Sonnambula" e "Anna Bolena". Regnò la tolleranza di tutti i culti; e si aperse ospite soggiorno agli stranieri che apportavano esempi di capacità e d'intraprendenza. S'introdussero le scienze vive nella morta Università; si fondarono accademie di belle arti; rifiorì 1'architettura, l'ornato riprese greca eleganza; s'innalzarono osservatori astronomici, si costrusse la carta fondamentale del paese; si apersero nuove biblioteche; le madri tolsero ai cuochi a agli stallieri la prima educazione dei figli.

Soave rifece tutti i libri elementari; Parini, Mascheroni, Arici ricondussero l'eleganza letteraria indirizzandola ad alti fini scientifici e morali; Beccaria lesse economia politica; surse a poco a poco quella costellazione di nomi splendidi alle scienze a alle arti: Volta, Piazzi, Oriani, Appiani, cogli altri che la continueranno fino ai viventi. Gli allievi di tanto senno si sparsero in tutte le province, e propagarono in tutte le classi quel fausto movimento di cose e di idee che ci attornia da ogni parte, e ci arride all'immaginazione."
Il Carcano vide le barricate delle Cinque Giornate erette proprio li davanti al suo ingresso. Fiero del suo blasone patriottico, fu il primo teatro a riprendere le rappresentazioni, la sera del 30 marzo, con la Compagnia Nazionale Lombarda diretta da Giuseppe Moncalvo scoppiettante di legittimo entusiasmo; lo spettacolo si concludeva con un "grazioso dialogo tra Metternich e Radetzky con Meneghino locandiere". Era nell'ordine naturale delle cose che, ritornati gli austriaci, il Carcano dovesse fare spesso i conti con la censura.
Alla lirica, nuovamente in gran voga dopo il 1850, si alternarono la prosa, gli spettacoli da circo e i concerti bandistici: proprio al Carcano il maestro Rossari diresse "La bella Gigogin" la travolgente marcia popolare del Giorza, che ebbe una rapidissima diffusione durata sino ai nostri giorni: alla radio, dal 1950, è la sigla musicale del Gazzettino padano".
Gustavo Modena, Ernesto Rossi, Adelaide Ristori, Edoardo Ferravilla, Eleonora Duse, Italia Vitaliani: questi sono soltanto alcuni dei nomi che diedero lustro al Carcano, nell'arco del tempo, per la prosa. Ermete Novelli lo scelse per il suo addio alle scene "ma non alla gloria", come ricorda la lapide che indica anche la data di quel congedo: 20 febbraio 1915.

Fra gli autori, e particolarmente per la prima di "El nost Milan", avvenuta la sera del 6 febbraio 1893, va ricordato Carlo Bertolazzi. In due anni, dal 1891, il nome di Bertolazzi è comparso più volte sulle locandine. La prima volta è il 21 maggio: la Compagnia Sbodio - Carnaghi rappresenta dell'autore non ancora ventunenne, "ona scenna della vita". La "prima" assoluta era avvenuta at Teatro Guidi di Pavia. "Quattro pennellate sincere a sentite" giudica "La Lombardia". Passano nove giorni e va in scena la commedia "I benis de spos". Dopo aver provveduto alla riduzione in dialetto de "Le vergini" di Marco Praga, il Bertolazzi da un altra commedia: "In verzee", un bozzetto che prelude al realismo di opere di più preciso impegno. Il 4 gennaio del '92 un tonfo: "Dorina la modista". Delusione della critica, ma Bertolazzi va avanti lo stesso. Gli rappresentano "Al Monte di Pietà" e "La prima sera". Quindi "La povera gent" che costituisce la prima parte de "El nost Milan". "Il Corriere della Sera" liquida il testo interpretato da Davide Carnaghi (Togasso), Gaetano Sbodio (Peppin) ed Eugenia Malinverni (Nina) con una certa sufficienza e superficialità. "Questo Nost Milan più che una commedia è un seguito di quadri della nostra vita cittadina, legati fra loro da un azione drammatica semplicissima." "Il Secolo" non è da meno: "Anziché una commedia quale era annunciata dal manifesto è il succedersi di quattro pitture della vita popolare milanese". Accanto al giudizio più positivo espresso da "La Perseveranza", vi è quello decisamente negativo per Bertolazzi su "La Lombardia": "Non è questa la strada sulla quale egli potrà esplicare una individualità artistica, né il mezzo, per lo Sbodio, di creare il tanto desiderato teatro popolare milanese". (Bisognerà aspettare il 1953, e il Piccolo Teatro, per far giustizia di questa sentenziosa condanna).
A ogni modo il Bertolazzi continuò a far rappresentare sue commedie al Carcano. Citiamo "Strozzin" nel 1894; "I sciori", seconda parte di "El nost Milan", nel gennaio 1895; nel 1896 "El clarinett", scritta con Francesco Pozza (interpretata da Ferravilla e Dina Galli) e le riviste con le musiche di Buzzi Peccia "El sogn de Milan"; etc...

 e anche riviste con le musiche di Buzzi Peccia: "El sogn de Milan", in collaborazione con Francesco e Giovanni Pozza (gennaio 1895); la "prima" di "Il paese delle belle gambe" (dicembre 1897), che si valeva per le scene di un nome destinato a diventare famoso, Antonio Rovescalli, ebbe un grande successo al punto che gli autori furono costretti, prolungandosi le repliche, portate anche in altri teatri, a rinfrescare abbastanza sovente il copione con battute d'attualità.
E' al Carcano che avviene la "prima", nel dicembre del 1901, dei quattro atti "I vincitori" ("La guera") di Pompeo Bettini ad Ettore Albini, a cura della Compagnia Stabile Milanese. (Il dramma riapparirà a Milano nel 1957, al Piccolo Teatro, per la regia di Virginio Puecher).
Un alternarsi di diversi impresari, sul finire del XIX secolo, contribuì certamente alla prima morte del teatro.

Ufficialmente fu sentenziata l'8 maggio 1904 con una disposizione della commissione di vigilanza sui teatri; la sala era ormai ridotta a mal partito. Passano poco meno di dieci anni e il Carcano risorge, soprattutto per la passione di Luigi Gianoli, su progetto dell'architetto Nazzareno Moretti. Vengono demoliti alcuni stabili li attorno per dare più spazio e respiro al teatro. La nuova facciata rientrante, a emiciclo, e l'ampio porticato con un'aiuola antistante, riflettono i nuovi a anche incerti orientamenti del gusto con contaminazione eclettica di reminiscenze neoclassiche e influenze dello stile floreale. Si riapre con un veglione sotto gli auspici dell'Associazione Lombarda dei Giornalisti, la sera dal 29 maggio 1913.
Nel 1914 ritroviamo Ferravilla con Dina Galli a Amerigo Guasti interpreti di "Una famiglia ferruginosa". In sala è presente alla a "prima", in incognito, Eleonora Duse.

Tra le due guerre nella vita del Carcano si nota una certa routine nel repertorio. La facciata è ora nascosta da un fabbricato frontale; le origini nobiliari sono lontane. Il corso di Porta Romana è una via animata dal via vai dei tram e nelle botteghe; le case borghesi, senza pretese, si allineano sui due lati, espressione dei nuovi dislocamenti di ceti nell'ambito urbano. Il centro è lontano. Qui è già periferia del mondo teatrale. Porta Romana diviene una zona, bonaria, di ceto medio, vicina alle più popolari Porta Genova e Porta Vicentina; offre lo spunto a un folklore ambrosiano che arriverà sino al pungente Jannacci che del Carcano si ricorderà in una canzone fortunata  "Al Carcano, in pè, Veronica": essa è forse un eco maliziosa di una colorita descrizione di Paolo Valera a chiusura di "Milano sconosciuta": "In questa città di molti ipocriti e di molti depravati, la pretura ha ieri l'altro documentato la lussuria delle nuove femmine e dei nuovi maschi. In locali annessi al Teatro Carcano, adibiti a tabarin e ad albergo, si cancaneggiava in tutti i modi, nudi e vestiti. Non c'era più scrupolo. Senza scrupolo non avevano più ritegni. Cinedi, etere, giovani e giovane, si abbandonavano a tutti i quadri plastici. Le età erano saltate via. Danzavano in tutte le fogge. Voluttuosi tango, jazzs eccitanti e rimescolati".

Nel secondo dopoguerra il Carcano, anziché risollevarsi, ebbe una crisi. E' del dicembre 1946 la sua definitiva chiusura, come teatro. Passano due anni. Adattato a cinema, riapre l'8 ottobre 1948 con uno spettacolo dal titolo "Le 4 arti"; e rende omaggio a prosa, danza a musica. Ogni tanto si fa un po' d'operetta, di lirica di buon comando, di varietà. Negli anni Cinquanta, si sperimentano alcuni spettacoli "leggeri" di prosa. Tino Scotti porta su questa scena "II mago di Milano". E c'è chi ricorda cha Sandra Mondaini ha fatto qui i suoi primi passi teatrali. Bisogna arrivare al 1965 per veder riapparire la prosa nel vecchio teatro. Il 2 marzo di quell'anno il Piccolo Teatro compie uno dei primi esperimenti di decentramento teatrale: da via Rovello a corso di Porta Romana.

Sembra poco, anche se si considera che il traffico, scomparsi i cocchi delle origini, e sciamanti le auto, può far sembrare più lungo ora il tragitto. In effetti è una rivoluzione, timida quanto si vuole, per la mentalità di chi polarizza al centro le attività culturali. E' una sera fredda, nevica; le poltrone, in sala, scricchiolano, ma il pubblico è folto. In sei recite si registrano quattromila presenze; e la sera del sabato grasso vi sono ben mille persone in sala. Il richiamo dello spettacolo è certo notevole; Si rappresenta "Sul caso Oppenheimer" di Kipphardt. La regia è firmata collettivamente da Strehler, Carpi, Puecher, Damiani, Tolusso. Il cinema ha avuto poi la prevalenza. Dal settembre 1969 un sostanziale ammodernamento ha consentito una ripresa più vivace dell'attività del teatro, che adesso si presenta col noma Arcadia, in verità poco spiegabile con i tempi. Si assiste a riprese in prevalenza di spettacoli brillanti, commedie musicali, con Gianni Magni, Domenico Modugno, Walter Chiari, Walter Valdi, Claudio Villa, Tino Scotti, Piero Mazzarella. Insomma un locale con alti e bassi qualitativi alla ricerca sempre difficile di una linea precisa, per i gusti diversi di un pubblico disorientato.
Nei primi anni Ottanta il Carcano viene recuperato alla sua originaria vocazione e da allora svolge un ruolo fondamentale nella vita culturale milanese.

Grandi protagonisti delle scene si sono alternati in questi anni sul suo palcoscenico, da Salvo Randone a Giulio Bosetti, da Gabriele Lavia a Giorgio Albertazzi, da Nino Manfredi a Giorgio Gaber. Tra le protagoniste femminili ricordiamo Anna Proclemer, Monica Guerritore, Marina Malfatti, Giuliana Lojodice, Piera Degli Esposti, Valeria Moriconi, Marina Bonfigli, Ottavia Piccolo. Nel progetto di Giulio Bosetti, direttore artistico dal 1997, il Teatro Carcano intende connotarsi come teatro dedicato essenzialmente alla prosa: ritorno quindi alla centralità dei testi nella composizione del cartellone, al rigore degli allestimenti, al prestigio degli interpreti, alla promozione e diffusione della cultura in un luogo accessibile a tutti, pronto a cogliere stimoli e desideri del pubblico di ogni fascia d'età.



 

 

Raggiungibile con i seguenti mezzi pubblici: M3 fermata Crocetta - tram 16, 24 – bus 77, 94 Accesso disabili

Indirizzo: Corso di Porta Romana, 63, 20122 Milano MI
tel. Tel. 0255181377 – 0255181362
web:
http://www.teatrocarcano.com
e.mail: info@teatrocarcano.com 

Last Updated ( Sunday, 27 April 2008 14:49 )